Potrebbe esserci un nuovo caso
Tortora oggi? “Il rischio lo vedo nella gestione mediatica dei
processi: l’impatto è molto, molto forte. Ora ci sono delle
leggi che regolamentano meglio la materia e si è anche creata
una cultura più attenta sia nei giudici sia tra giornalisti e
cittadini, ma i media rischiano comunque di condizionare il
momento della decisione”. A rispondere è Tullio Morello, membro
del Consiglio superiore della magistratura e figlio di Michele
Morello. Ovvero uno dei giudici che assolsero Enzo Tortora, e
che perciò è tra i protagonisti – interpretato da Salvatore
D’Onofrio – dell’ultima puntata di ‘Portobello’, la serie di Hbo
Max Italia diretta da Marco Bellocchio e con Fabrizio Gifuni.
Quando l’opinione pubblica è agguerrita, “ci vogliono spalle
molto larghe per dire che una persona è innocente”, spiega il
magistrato. E non sono di certo mancate a suo padre, relatore
della sentenza che assolse il celebre conduttore. “Lui era
delegato a studiare, ma la sentenza è stata emessa da tutto il
collegio – racconta -. Fu un periodo intenso, la differenza
rispetto ad altri lavori stava nella mole di atti e, appunto,
nella pressione mediatica. Dal punto di vista tecnico mi ha
sempre detto che ha fatto cose molto più complicate”.
Morello fu in grado di cambiare idea. “Quando votai per la
prima volta mio padre mi chiese chi avessi scelto. Io risposi
Enzo Tortora – ricorda -. Mi rimproverò: ‘Uno accusato di essere
camorrista’. Al tempo la maggior parte delle persone pensavano:
‘Se i colleghi l’hanno arrestato sarà colpevole’. Poi ebbe la
grandezza di rendersi conto già a una prima lettura degli atti
che c’erano tante cose che non andavano. Le rimise insieme in
maniera cronologica e si capì che c’erano molti tasselli che non
combaciavano”.
Quale pensa sia il problema della giustizia? “Quello dei
numeri – risponde -. I magistrati sono più o meno 9, 10mila.
Gestire tre gradi di giudizio nel penale e nel civile in 10mila
persone è impossibile ed è una cosa che determina una durata dei
processi inaccettabile. La giustizia dev’essere giusta anche nei
tempi, oltre che nelle decisioni. Credo sia impensabile assumere
30mila magistrati, dunque occorrerebbe fare quello che da quando
sono in magistratura non ho mai visto, ovvero un’amnistia”.
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