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Crisi nel Golfo scuote il lusso, a rischio 6% ricavi totali del settore

di Redazione Economia Moderna
09/03/2026
in Finanza
Crisi nel Golfo scuote il lusso, a rischio 6% ricavi totali del settore

L’escalation militare che coinvolge l’Iran e l’area del Golfo sta scuotendo anche il mondo del lusso, uno dei pochi mercati che negli ultimi anni ha continuato a sostenere l’industria globale. I primi effetti si vedono già sul campo con difficoltà nei trasporti, boutique chiuse e personale ridotto. A Dubai e negli altri grandi hub commerciali del Medio Oriente diversi punti vendita hanno abbassato le serrande o stanno operando con organici ridotti. Come il gruppo di distribuzione Chalhoub, che gestisce circa 900 negozi nella regione per marchi come Jimmy Choo e Sephora, che ha comunicato la chiusura temporanea dei punti vendita in Bahrain. Il peso della regione sul settore resta comunque limitato ma significativo. Andrea Randone, Head of Mid Small Cap Research di Intermonte, spiega all’AdnKronos che “la prima cosa da osservare è che, il Middle East vale circa il 5-6% dei ricavi totali del settore. Altagamma cita una cifra di 23 billion di euro sui 358 dei ricavi del settore nel 2025. Quindi possiamo dire circa il 6%, che è il numero che abbiamo in mente”. Un dato che però nasconde differenze importanti tra i vari segmenti del lusso: “Questo 6% ha una ripartizione che varia molto da categoria a categoria e poi non è tutto concentrato a Dubai. Detto che il 6% è la media del settore, si può pensare che alcune categorie prodotto come l’Hard Luxury – cioè gioielli e orologi – facciano più della media. È comunque un mercato in forte crescita”.

Secondo Randone, non tutto quel 6% è generato negli Emirati Arabi: “Ci sono anche l’Arabia Saudita e altre destinazioni. Più del 50% però è generato negli Emirati, quindi l’impatto va analizzato su questo 3-4%. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e in Giordania le boutique restano aperte ma con una presenza limitata di personale. Il colosso francese Kering, proprietaria tra gli altri marchi di Gucci e Balenciaga, ha deciso di chiudere temporaneamente i negozi negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, Kuwait, e Bahrain. Gran parte degli acquisti è legata al turismo internazionale, con clienti provenienti soprattutto da Russia, Arabia Saudita, Cina e India, con Dubai come principale polo commerciale. Ed è proprio sul turismo che potrebbe arrivare l’impatto più immediato della crisi. “I clienti sono di due tipi: il consumatore locale e il turista – spiega Randone – Il consumatore locale chi è? Normalmente sono stranieri che vivono a Dubai per lunghi periodi, che lavorano nella finanza, nel real estate e in altri settori. Poi c’è l’impatto sui turisti, quindi sugli aeroporti chiusi”. La chiusura temporanea degli scali e l’incertezza sui viaggi potrebbero quindi ridurre i flussi verso uno degli hub globali dello shopping di lusso. “Il primo ragionamento è che, se la situazione si protrae, su Dubai c’è un impatto stimabile mediamente per il settore intorno al 3-4%. Poi c’è un impatto più generale legato al turismo: tanti aerei fanno scalo a Dubai, è un hub internazionale. Questo è un impatto più ‘soft’. Non si tratta però solo di un effetto diretto sui negozi.
“L’acuirsi di tensioni geopolitiche gravi come queste potrebbe portare un numero crescente di persone a percepire più pericolo e quindi a pianificare meno volentieri vacanze in posti lontani. In generale si potrebbe avere un atteggiamento più cauto negli spostamenti e forse anche nella spesa. Non è automatico, ma è un fattore di rischio che il mercato sta in parte prezzando”. In altre parole, accanto all’impatto immediato legato ai trasporti si aggiunge quello più difficile da misurare legato alla fiducia dei consumatori. “Quindi – prosegue Randone – possiamo dire che c’è un impatto che è legato ai giorni di blocco degli aeroporti, quasi certo, e un impatto più incerto legato alla maggiore incertezza generale, che può ridurre la propensione alla spesa”. Negli ultimi anni i grandi marchi hanno investito con decisione nella regione, aprendo nuovi flagship store e organizzando sfilate ed eventi esclusivi. Come Zegna, che alla Dubai Opera House ha presentato la collezione primavera-estate 2026 o Alberta Ferretti, guest designer all’edizione autunno/inverno 2026-27 della Dubai fashion week. I marchi più esposti sarebbero Richemont e Zegna, entrambi intorno al 9% mentre il gruppo francese Lvmh è invece più o meno in linea con la media del settore, quindi 5-6%.
La crisi arriva in un momento complesso per il settore. Negli ultimi due anni il comparto ha dovuto affrontare una sequenza di shock: prima il rallentamento della Cina, poi le tensioni commerciali e l’aumento dei dazi, e ora anche l’incertezza geopolitica che torna a pesare su mercati chiave come il Medio Oriente. “Il vento contrario sul settore del lusso non smette di soffiare – osserva Gabriel Debach, market analyst di eToro -. Per molte maison globali l’area rappresenta circa il 5% delle vendite, con alcune eccezioni che arrivano vicino al 9%, e una parte significativa della spesa negli Emirati è legata al turismo internazionale. In un settore dove i flussi turistici contano ancora molto, la stabilità geopolitica è una variabile tutt’altro che secondaria”. Anche perché il settore sta attraversando una fase di trasformazione più profonda legata alla struttura della domanda. “Negli ultimi tre o quattro anni il settore del lusso ha perso circa un consumatore su cinque – osserva Debach -. Il mercato non si sta restringendo tanto in valore quanto nella base dei clienti. Il forte aumento dei prezzi ha spinto fuori dal mercato una parte dei consumatori aspirazionali, lasciando il settore sempre più dipendente dai clienti più facoltosi”. Il risultato è un’industria sempre più divisa al suo interno. “Non è il lusso nel suo complesso a rallentare, ma alcuni modelli di business – spiega ancora l’analista -. I brand con forte identità e desiderabilità continuano a crescere, mentre quelli posizionati nel segmento più accessibile faticano a mantenere i volumi”.

Le società italiane quotate a Piazza Affari risultano meno dipendenti dall’area. “Dei nomi della moda italiana ne abbiamo tre quotati a Milano, e per tutti stimiamo un’esposizione sotto la media – spiega Randone – Moncler, che stimiamo realizzi circa il 2% dei ricavi nell’area, ha l’esposizione più bassa. Poi abbiamo Brunello Cucinelli, che stimiamo intorno al 4-5%, e Ferragamo che dovrebbe essere anch’esso sul 4-5%”. Le tensioni geopolitiche si sono riflesse immediatamente anche sui mercati finanziari. Nelle ultime sedute i titoli del lusso hanno registrato ribassi diffusi. Secondo Randone il rischio di un impatto significativo al momento resta contenuto. “Lo abbiamo quantificato: non è enorme, ma un impatto c’è – sottolinea -. Quello che è meno quantificabile è il rischio di ‘secondo tipo’, quello legato all’incertezza geopolitica e alle conseguenze sulla propensione a viaggiare e a fare acquisti. Secondo noi questo impatto potrebbe rivelarsi limitato, soprattutto se la situazione si normalizza in tempi relativamente brevi. Noi siamo positivi su Cucinelli e Moncler e non vediamo impatti significativi sulle stime. Rimaniamo ottimisti che possano comunque fare buoni numeri quest’anno”.
Per un settore che stava cercando nuovi segnali di ripresa, la crisi nel Golfo rappresenta quindi un ulteriore fattore di incertezza. Tuttavia, ricorda Randone, le aziende del settore hanno già dimostrato in passato una forte capacità di adattamento. “Ricorderei comunque che le società del lusso sono ottimamente gestite, con management molto abili nel gestire la volatilità dei mercati. Hanno P&L solidi, buone marginalità, che permettono di spingere sui mercati più forti e soffrire meno in quelli più deboli”. La domanda di beni di alta gamma è altamente mobile a livello geografico. “La domanda del lusso – spiega ancora Randone – è molto volatile e le aziende sono capaci di ribilanciare gli stock tra aree che vanno più o meno bene. Spesso un acquirente che non compra in un posto, compra in un altro”. Per questo motivo, guardando alle crisi geopolitiche degli ultimi anni, lo scenario potrebbe restare gestibile. “Pensiamo che Cucinelli e Moncler faranno comunque un buon anno e che sapranno riassorbire l’impatto negativo generato in questi giorni nell’area” assicura Randone. (di Federica Mochi)

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