(di Francesco De Filippo)
Immaginare un epistolario tra
Italo Svevo ed Eugenio Montale fa pensare a lettere pedanti, a
riflessioni raffinate, magari un po’ astratte. Nulla di più
sbagliato: tra il poeta genovese e lo scrittore triestino il
tratto forse più marcato è l’ironia. Colta, ma ironia. Quando i
due si incontreranno casualmente alla fine del febbraio 1926 a
Milano, il poeta riconoscerà lo scrittore da un ritratto su una
rivista, questi riconoscerà Montale come figlio di un fornitore
di diluenti chimici, settore nel quale Svevo lavorava. Montale
scriverà poi: “Da allora un sentore di trementina restò sempre
nei nostri rapporti”. Quel legame è raccontato in un opuscolo
pubblicato dal Museo Let’s di Trieste diviso in scritti e in una
graphic novel.
Poche pagine stilate da Riccardo Cepach, responsabile di
Let’s e ideate e disegnate dall’illustratore Max Calò, diffuse a
chiusura della mostra “Non si preoccupi di rodere i miei ossi”.
Il titolo è tratto, appunto, da un’altra arguta spiritosaggine
del Genovese. Una relazione a volte surreale, come riporta con
intelligenza Cepach. Come quando Svevo, al quale Montale ha
fatto recapitare una copia di “Ossi di seppia” e non l’ha letta,
confessa candidamente di non amare la poesia e, anzi, lo
inviterà ad abbandonare i versi, magari per la prosa: “Attendo
ansiosamente che dai versi Ella passi al modo più ragionevole di
esprimersi”. Non una gran lungimiranza visto che Montale anni
dopo avrebbe vinto il Nobel. Il poeta non si scompone e
risponde: “Ella non si prenda premura di leggere i miei Ossi,
che son anche di difficile digestione”. E insiste: “Non si
preoccupi di rodere i miei ossi: le rimarrebbero in gola e
l’Italia perderebbe il suo migliore romanziere!”.
Il rapporto fra i due comincia con una lettera del 17
febbraio 1926 che Svevo scrive al giovane critico genovese per
ringraziarlo dopo aver scoperto, in ritardo, che Montale aveva
pubblicato recensioni positive sulle sue opere. Il giovane
Montale, che all’epoca sbarcava il lunario, anche su
suggerimento di Bobi Bazlen, intellettuale, fu lo scopritore di
Svevo.
L’opuscolo, stampato a cura del Comune di Trieste, contiene
dunque i testi per la mostra e la graphic novel e già pubblicata
dal quotidiano “Il Piccolo”. L’epistolario, intenso, dura tre
anni, cioè fino alla morte di Svevo. I due si incontrarono di
persona in diverse occasioni, l’ultima nel 1928 a Firenze: Svevo
fu accolto da Montale, la sua futura moglie, Drusilla Tanzi
Marangoni, e alcuni scrittori; sulla porta c’era un cartello con
la scritta “Svevo’s Club”.
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