(di Angelo Cerulo)
“Venite a vedere la ‘sceneggiata’:
è un genere che coinvolge, affascinante. Mai dimenticato. E
spero che vengano soprattutto i giovani a scoprire un mondo
unico, un ‘minimusical napoletano”. È l’appello di Oscarino Di
Maio, 64 anni, caratterista comico, appartenente ad una famiglia
di lunga tradizione teatrale, uno degli interpreti di “C’era una
volta guapparia” al Teatro Troisi di Napoli, dal primo ottobre
(regia di Gigi Savoia, protagonista Antonio Ottaiano). “La
sceneggiata, che mette insieme canto e recitazione, è fondata
sul trio ‘isso’, ‘essa’ e ‘ ‘o malamente’ che deve essere
punito, ucciso o in galera – spiega Di Maio – e Antonio
Ottaiano, che considero erede di Mario Merola, è detentore di
questa tradizione, attento ai canoni della messinscena:
rispetto, onore, amicizia, amore. Insomma ‘guapparia’, termine
che sintetizza tutto”.
Ma anche comicità: “È centrale nella sceneggiata – dice –
sono ‘Franfellicco’ e con Lello Pirone – ‘Ciù Ciù’ – interpreto
un ruolo comico”. In maniera un po’ nostalgica si vede
proseguitore di una tradizione di famiglia: “Mio nonno Oscar fu
tra i precursori della sceneggiata negli anni Trenta/Quaranta.
Ho una grande responsabilità: un ruolo importante e che in
passato è stato interpretato da grandi artisti come Beniamino
Maggio, Franco Sportelli, Rino Marcelli”. È un genere fuori
moda? “Non credo. Segue tracce molto sentite dai napoletani.
Fino a 40-50 anni fa parte del pubblico attendeva ‘o malamente
all’esterno del teatro per tentare di punirlo'”. In questa
messinscena ci saranno anche Carla Schiavone (‘essa’) e Vincenzo
Merolla (‘o malamente). “Lucia Palmentieri, poi – evidenzia Di
Maio – canta una bellissima canzone”.
La sceneggiata è un’ulteriore tappa della vita artistica di
Oscarino. “Ho cominciato a 20 anni, ma in famiglia da sempre
respiravo l’aria del teatro. Papà Eduardo aveva una compagnia
filodrammatica e le prove si facevano a casa. Secondo Antonio
Ghirelli e Domenico Rea mio padre, dopo Salvatore Di Giacomo, fu
l’ultimo poeta napoletano”.
L’attore – prima di recitare recentemente con Vincenzo
Salemme in due opere – ricorda di aver lavorato con Luisa Conte
nella ‘Lisistrata’, poi nella compagnia di Luigi De Filippo (‘La
lettera di mammà’ e ‘La Mandragola’), ancora con la compagnia
stabile del Teatro Cilea con Giacomo Rizzo e Rosalia Maggio. “Da
Rizzo ho imparato molto, rubando tanti segreti del mestiere. Con
lui ho fatto ‘Ecco… Francesca da Rimini’ e ‘Ce penza mammà’
senza dimenticare l’impegno con Carlo Giuffrè nella commedia ‘Il
medico dei pazzi’ e ‘Natale in casa Cupiello’ dove facevo il
portiere”. Identico ruolo ha interpretato nell’allestimento
dell’opera eduardiana da parte di Salemme. E con Salemme ha
lavorato in ‘Ogni promessa è debito'”. “Ora la sceneggiata: un
genere che mi coinvolge e affascina e che spero coinvolga e
faccia venire a teatro il pubblico”.
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