(di Francesco Gallo)
La Emma che si vede a inizio film non
fa certo pensare a tanta determinazione e carattere. Sedici
anni, corpo sottile e collo alla Modigliani, ha un viso che
sembra appena uscito dall’infanzia, pieno di grazia e mitezza.
Ma come si scopre poi ne ‘Lo sguardo di Emma’ (À bras-le-corps),
è solo apparenza. Il film, in sala dal 2 aprile dopo essere
stato l’ apertura al Trent Film e presentato al Festival di
Venezia 2025, è l’esordio della regista svizzero-italiana
Marie-Elsa Sgualdo.
Questa la storia. Emma (Lila Gueneau) è una ragazza che presta
servizio nella casa di un predicatore in un isolato villaggio
svizzero protestante durante la seconda guerra mondiale. Sogna
di diventare infermiera e vive insieme al padre Jean e a due
sorelle più piccole, dopo che la mamma se n’è andata seguendo il
suo cuore.
È comunque una ragazza mite e timorata di Dio, tanto da essere
considerata da parte della piccola comunità un esempio per
tutti. Il suo Paradiso si spezza quando viene violata da un
giovane reporter che approfitta della sua innocenza. Seguirà una
gravidanza inattesa che cambierà il corso della sua vita e che
la costringerà a crescere in fretta. Rispetto a un mondo pronto
a giudicarla, Emma troverà in sé stessa la forza per prendere
davvero in mano la sua vita al di là di ogni convenzione e
giudizio sociale.
«Questo film è una lettera d’amore alle donne della mia famiglia
e a innumerevoli altre che hanno combattuto battaglie invisibili
per l’autonomia – ha dichiarato la regista Marie-Elsa Sgualdo -.
Ho presto realizzato che questa storia non è unica, ma piuttosto
una lotta sistemica. La lenta evoluzione dei diritti e delle
libertà delle donne è resa possibile dall’accumulo di molte
esperienze individuali. Il viaggio di Emma non riguarda quindi
il trionfo, ma il costo delle scelte: è una storia individuale e
personale di resistenza – un percorso dal basso verso
l’emancipazione – che ci ricorda che, per molto tempo, le donne
non sono state considerate esseri umani a pieno titolo».
E ancora la regista: “Volevo che la mia messa in scena
esprimesse il carattere interiore di Emma, i grandi cambiamenti
nel suo paesaggio emotivo, la sua ricerca della verità e il sua
adattamento pragmatico alla realtà del suo ambiente. Volevo
catturare lo scarto tra le reazioni vitali e intuitive di Emma e
gli standard sociali e morali che la opprimono. Per farlo, il
film doveva essere realizzato con la massima autenticità”.
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