“Il numero degli operatori, da
solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di
investire”. Lo afferma Pietro Labriola, amministratore delegato
di Tim, intervenendo su LinkedIn rispondendo a distanza al
parere dell’Antitrust sul rinnovo dei diritti d’uso delle
frequenze mobili che riconosce la necessità di certezza
regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli
investimenti già effettuati ma propone un rinnovo solo parziale
delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap
per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo.
“Alla base di questa impostazione – commenta Labriola –
sembra esserci ancora una concezione della concorrenza
essenzialmente numerica” ma questo approccio “oggi viene messo
in discussione. Il numero degli operatori, da solo, non dice
quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”.
“Se la concorrenza viene spinta fino al punto da rendere
strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti”
stiamo “trasformando progressivamente un’attività industriale in
un servizio universale” che può essere pagato dal consumatore o
dallo stato ma “non possiamo pensare che a finanziarlo
strutturalmente siano gli operatori” rivendica Labriola. “Questo
è il punto che spesso manca nel dibattito europeo sulle
telecomunicazioni – incalza Labriola -. Non possiamo chiedere
contemporaneamente più investimenti, reti più performanti, più
copertura, più resilienza e più sovranità digitale senza porci
la domanda fondamentale: chi remunera il capitale necessario per
realizzarli? Se vogliamo recuperare il gap digitale con Stati
Uniti e Cina, questa non è più soltanto una questione
regolatoria. È una scelta di politica industriale”.
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