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Iran, Mar Rosso e Stretto di Hormuz: le armi per la rappresaglia del Regime sulle rotte del petrolio

di Redazione Economia Moderna
28/02/2026
in Esteri
Iran, Mar Rosso e Stretto di Hormuz: le armi per la rappresaglia del Regime sulle rotte del petrolio

I missili verso Israele e le basi americane in Medio Oriente servono a far vedere al mondo che l’Iran è in grado di reagire militarmente all’attacco che ha appena subito. Ma le vere armi di rappresaglia per il regime, soprattutto pensando a una contrapposizione di lungo termine, sono quelle economiche legate al commercio e al passaggio delle navi, e quindi delle merci, nei due punti chiave dell’intera area: il Mar Rosso (e quindi il Canale di Suez) e lo stretto di Hormuz. L’Iran nel primo caso può contare sulle milizie armate degli Houthi. Non a caso, il movimento filo-iraniano che controlla ampie zone dello Yemen, tra cui la capitale Sana’a, ha immediatamente annunciato la ripresa degli attacchi contro le navi commerciali che transitano attraverso il Mar Rosso. Nel secondo caso, il regime di Teheran può giocare direttamente la carta del blocco dello Stretto di Hormuz. Un’opzione, questa, mai completamente attuata nella storia che avrebbe ripercussioni pesantissime per il commercio mondiale, ma anche per l’economia iraniana.

Tutte e due le minacce, ovviamente connesse tra loro e nel contesto più ampio di un conflitto che riaccende ancora una volta la tensione geopolitica, avranno una prima conseguenza già lunedì alla riapertura dei mercati. Primo indiziato a subire il contraccolpo è il prezzo del petrolio, già in fibrillazione da settimane per le reiterate minacce di attacco americano all’Iran. Ora che il passo sul piano militare è stato compiuto, in collaborazione stretta tra americani e israeliani, lo scenario appare ancora più incerto.

La variabile fondamentale da considerare è il tempo. Le parole di Donald Trump, “Ai membri dei Guardiani della Rivoluzione islamica, alle forze armate e a tutta la polizia, dico che dovete deporre le armi e avere completa immunità, o in alternativa, affrontare una morte certa”, e di Benjamin Netanyahu, “La nostra azione congiunta creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino” sono piuttosto decise nell’indicare l’obiettivo finale, la fine del regime guidato dall’ayatollah Ali Khamenei. Se così realmente fosse, se cioè gli attacchi dovessero andare avanti a lungo, la resistenza del Regime potrebbe spingersi proprio nella direzione di una totale controffensiva sul piano economico.

Il controllo dello Stretto di Hormuz consente a Teheran di bloccare il passaggio delle petroliere. Qualche numero aiuta a capire perché una chiusura dello Stretto sarebbe una rappresaglia efficace, anche se particolarmente costosa per la stessa sopravvivenza economica iraniana. Stiamo parlando di un passaggio largo appena cinquanta di chilometri, che unisce il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, e che quindi può essere controllato facilmente, impedendo completamente il transito. Vorrebbe dire fermare il 30% del petrolio che gira via mare, che vale un quinto del petrolio prodotto al livello globale. Ma non solo. Perché la stessa rotta la compie circa il 20% delle spedizioni di Gnl, il gas liquefatto che soprattutto dallo scoppio della guerra in Ucraina, con il conseguente sostanziale stop all’esportazione di gas russo, è diventato una risorsa fondamentale soprattutto per i Paesi occidentali, ovviamente Italia inclusa.

Il blocco dello Stretto di Hormuz va considerata come una mossa estrema, disperata, ma da mettere in conto se si pensa a un conflitto prolungato. ll petrolio, va ricordato, è anche uno dei fattori principali a legare Russia e Cina all’Iran. E le esercitazioni navali congiunte andate in scena nelle scorse settimane lo dimostrano. La sola presenza di navi da guerra russe e cinesi nell’area complica non poco la situazione, che si fa delicatissima per il rischio di incidenti che potrebbero immediatamente allargare il conflitto con conseguenze catastrofiche.

I piani americani devono necessariamente tenerne conto. Così come, quando si ipotizza una guerra vera e propria, che non sia solo uno scambio di raid più o meno controllati, va tenuta in considerazione la forza di una rappresaglia iraniana su larga scala che, soprattutto se legata alla disperata difesa del regime, potrebbe far cadere il Medio Oriente e il mondo in una lunga crisi: geopolitica e anche economica. (Di Fabio Insenga)

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