(di Laura Valentini)
CELESTE COSTANTINO, ‘PREDATORI’
(FANDANGO LIBRI, PP 228, 16,50 euro) – Le mafie controllano i
territori e a tal fine sorvegliano zone, le fanno presidiare,
costruiscono luoghi segreti, tuttavia “il controllo vero lo
esercitano sui corpi”. E’ l’assunto da cui parte Celeste
Costantino in ‘Predatori’ il cui sottotitolo è ‘Sesso e violenza
nelle mafie’ nella certezza che conoscere la sessualità della
criminalità organizzata, che non ha alcun codice d’onore come
viene chiarito nel libro, significa avere una lente privilegiata
per scoprirne i punti deboli e individuarne le fragilità.
L’autrice, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila
e componente dei board di UN Women Italy e Cospe, si addentra
con rigore nella selva di molestie (e abusi sui minori),
sfruttamento sessuale e stupri indicando anche un preciso
rapporto fra cultura patriarcale e mafia. Casi che risalgono ad
alcuni anni fa (ma il cui iter giudiziario in alcuni casi non è
ancora terminato) come quello dei bambini del Parco Verde di
Caivano a cui se ne affiancano altri più recenti: la ragazza di
Seminara, stuprata dal branco composto da rampolli della locale
‘ndrangheta e osteggiata dai familiari perché vuole denunciare,
il cui caso purtroppo non è isolato. Lo dimostra con altre
storie di soprusi Celeste Costantino che da anni si occupa di
violenza di genere e che nel libro realizza un racconto di vite
che diventa un manifesto della brutalità delle mafie. Il terzo
capitolo si occupa dei femminicidi. L’elenco delle donne uccise
dalle mafie è lungo, quindi l’autrice analizza solo casi
paradigmatici di uccisioni motivate dal controllo, dal possesso
e dal tradimento (o presunto tradimento) sessuale. Ma c’è anche
un capitolo dedicato alla prostituzione, divenuto “per i clan un
affare molto remunerativo e con un basso rischio di sporcarsi le
mani”.
L’adolescente abusata per tre anni dal branco di Melito di Porto
Salvo e il “se l’è andata a cercare” che ancora risuona per le
strade del paese o la giovane di Oppido Mamertina, frustata
dalla zia per aver denunciato lo stupro di gruppo che aveva
subito quando era appena quattordicenne. I nomi di queste donne,
le loro storie quando rese pubblicheintaccano la credibilità
delle mafie, ne infangano la narrazione. Attraverso un’analisi
approfondita il libro mette in luce la falsità del mito mafioso
della protezione dei deboli e rivela come, al contrario, nessuno
sia realmente al sicuro dall’impeto distruttivo di queste
organizzazioni criminali. “Il mito dell’intoccabilità di donne e
bambini è una menzogna colossale. La presunta sacralità della
famiglia mafiosa crolla sotto i colpi
di una sessualità distorta
e abusiva. E le donne subiscono una doppia condanna: sono
vittime della violenza e sono intrappolate nel silenzio radicato
nella coscienza di ciascuno di noi” scrive nella prefazione
Antonio Nicaso. E in effetti dal libro nulla emerge
dell’anacronistica difesa di presunti valori come la protezione
e il mantenimento delle tradizioni familiari e culturali: si
evidenzia solo una realtà fatta di coercizione, molestia,
pedofilia e sfruttamento sessuale.
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