(di Luciano Fioramonti)
Melodie conosciutissime
smontate, sezionate, ricomposte cambiando tempi, struttura,
tonalità e ritmo in un flusso ininterrotto accostando successi
pop ai classici del jazz, della lirica e della tradizione
popolare all’insegna della improvvisazione senza confini. E’ il
viaggio che Danilo Rea propone nei suoi concerti di piano solo
sfidando gli spettatori a riconoscere i brani che lui si diverte
a trasfigurare. Così è andata anche nella performance di cui è
stato protagonista tra gli applausi al Teatro dei Vigilanti di
Portoferraio per il festival Elba Isola Musicale d’Europa. Una
centrifuga musicale di un’ora e mezza con momenti struggenti
mettendo insieme i capolavori di Paoli, Tenco, De Andrè e le
arie pucciniane di Tosca, Turandot e Gianni Schicchi, l’
Habanera dalla Carmen di Bizet e Moon River, West Side Story,
Your Song di Elton John e l’immortale Caruso di Dalla, Besame
Mucho, Tico Tico e Quizas, Quizas, Quizas, gli Abba e Over the
Rainbow.
”Nell’improvvisazione cerco la libertà, di trasgredirmi sempre
– dice all’ ANSA -. Io non faccio altro che scomporre le
melodie, prendo un brano e lo destrutturo, ci giro intorno,
rispettando la melodia ma cambiandola, ampliandola, modulandola.
Non c’è mai un programma, è un flusso di pensiero in cui, come
una antenna parabolica, capto e vado di zapping per associazione
di idee da un brano all’ altro”. Il concerto che va avanti
senza interrompersi può essere noioso, osserva, ”ma questa
direzione mi coinvolge, c’ è solo l’ applauso finale. La cosa
sulla quale conto è che tutte le melodie che tiro fuori sono
molto note ma ognuno di noi le ha vissute a modo proprio. La
canzone è come un profumo che ti ricorda qualcosa avvenuta 30
anni prima, memorie antiche. Devo dire che in questo periodo ci
sono poche cose interessanti, trovo la musica pop sempre meno
stimolante armonicamente e melodicamente”. Che cosa le succede
quando improvvisa? ”E’ una sorta di trance ma serve sempre il
controllo del suono, il primo strumento che guida verso
l’emozione e l’empatia con chi ti ascolta. Il suono non è solo
nel tocco e nella bravura tecnica. E’ proprio nella mente. Non è
facile suonare semplice, devi inventare ancora di più, girando
intorno a una melodia con un altro tipo di creatività e di
logica. Devi controllare tutti i parametri, sei preso ma è come
se ci fosse un te stesso che ti sta ascoltando in mezzo al
pubblico”.
La vera difficoltà, precisa, sta nel distinguere quanto sia
farina del sacco del musicista perchè molti improvvisano in modo
schematico con frasi precostituite, seguendo i pattern ricavati
dalle trascrizioni degli assoli dei grandi del jazz . ”Pat
Metheny ha detto che quando trova una frase originale gli viene
la pelle d’oca. Vuol dire che stai sorprendendo e trasgredendo
te stesso, anche da un errore può succedere. Un po’ di volte è
capitato anche a me. In un disco in studio puoi controllare
tutto, davanti al pubblico c’è l’emozione dell’istante, se
sbagli vai avanti. Gino Paoli una volta mi disse ”Io non so se
so cantare ma so che quando vado su un palco la gente mi ascolta
e si emoziona”. Ecco, appunto, Paoli e Mina sono due monumenti
della canzone italiana con i quali il pianista vicentino ha
lavorato a lungo. Che cosa ha imparato da loro? ”Tantissimo.
Gino non è solo un cantante, è un poeta, un attore, è infinito,
immortale. Abbiamo vissuto tante emozioni insieme, soprattutto
nei livelli molto più intimi del duo, dove accadono miracoli.
Mina…la voce, la capacità ritmica e l’intonazione veramente
impressionanti, soprattutto è molto jazz. Lei incide massimo due
volte e passa oltre, proprio come i grandi jazzisti”.
Ha mai suonato in un carcere o nei luoghi dove la gente soffre?
”Una decina d’ anni fa per i detenuti a Cassino. Non ho
cercato di insegnare nulla, li ho solo coinvolti, alla fine
cantavano tutti con me. Ho suonato negli ospedali per i malati
terminali. Quando hai davanti quel tipo di persone è incredibile
la capacità di coinvolgimento della musica. Nella corsia di un
reparto oncologico è terapeutica a patto che ci sia un contatto
emotivo e benefico con chi ti ascolta. Una volta in un club di
Parigi un architetto molto depresso che non lavorava da molto
tempo fu costretto da una amica a venire a sentirmi. Il giorno
dopo la chiamò per dirle che aveva ripreso a disegnare”.
Dopo l’ ultimo disco con Michel Godard nell’insolito duo
pianoforte-basso tuba nella rilettura in chiave jazz delle arie
di Puccini, Rea vuole realizzare entro l’ anno un disco di sue
composizioni originali a cui pensa da tempo. ”Ho trascurato
questo aspetto perché sono appagato dal poter attingere a un
repertorio infinito di canzoni meravigliose e mi sembra quasi
ingiusto misurarmi in questo campo. Quando sono sul palco mi
butto mentre in cio che scrivo è preponderante non solo l’
improvvisazione ma l’ estrema attenzione per la melodia”. E’
ancora presto per fare bilanci ma per che cosa le piacerebbe
essere ricordato? ”Per la capacità di emozionarmi, più che per
la tecnica o la capacità armonica. La musica è la colonna sonora
delle nostre emozioni, ci aiuta vivere. Mi è stata accanto tutta
la vita. E’ partita come un gioco e poi è diventata emozione
pura”.
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