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Home Cultura

‘Io non sono qui’: Harstad, la Norvegia, l’America, l’amore e il teatro

di Redazione Economia Moderna
24/08/2026
in Cultura
‘Io non sono qui’: Harstad, la Norvegia, l’America, l’amore e il teatro

(di Paolo Petroni)
JOHAN HARSTAD, ‘MAX, MISCHA E
L’OFFENSIVA DEL TET’ (SELLERIO, pp. 1250 – 28,00 euro –
Traduzione di Sara Culeddu e Maria Valeria D’Avino)
Un romanzo fiume dalla corrente narrativa che trascina ma non
impetuosa, quindi tutta godibile come una navigazione
esistenziale coinvolgente dove non accade nulla di eccezionale o
avventuroso, ma cresce un quotidiano che per la forza
affabulatoria della scrittura e ricchezza del racconto diventa
vita, grazie alla qualità della traduzione, fatta di umori e
sentimenti, mancanze, desideri e nostalgie. Un’esistenza normale
che a molti ha fatto pensare a un altro romanzo di grandi
dimensioni, ‘Una vita come tante’ di Hanya Yanagihara
(casualmente edito sempre da Sellerio anni fa) ma che qui, visto
che Max Hansen, il protagonista e io narrante, è un regista, ha
come contraltare, come specchio del mondo, il teatro, nel suo
valore metaforico e nel suo quotidiano di prove, recita,
approssimazioni, interpretazione e vanità. E per gli amanti del
teatro questo libro è un vero godimento.
   
“Io non sono qui” è una battuta verso il finale del
complesso dramma intellettuale sperimentale che Max segue nella
sua tournée attraverso gli Stati Uniti, sentendola vera per il
suo saper scatenare “ogni sera una sensazione di disagio per il
fatto che non dice nulla su dove si trovi. sappiamo solo che non
è qui”. E questo spaesamento, questo sradicamento con cui fare i
conti, legato al problema dell’identità, è direi il tema del
romanzo di Harstad nella sua molteplicità narrativa, nel suo
divagare e riflettere senza alcuna presunzione, nell’affrontare
e incastrare passato e presente, luoghi e argomenti, come per
libere, sotterranee associazioni, scene di un grande mosaico
capaci spesso di sorprendere al loro incipit.
   
Max è nato e cresciuto in un paesino sulla costa norvegese
cui fanno capo coloro che lavorano nelle piattaforme petrolifere
in alto mare, e suo padre, pilota, da felice ragazzo tredicenne
lo sradica dal suo mondo per portarlo negli Usa a vivere a Long
Island nel 1990, dove lui è assunto per guidare grandi aerei per
l’American Airlines. Da membro di un gruppo di amici che
scorrazzano liberi, si ritrova solo e si mura in questa
solitudine respingendo il mondo nuovo, finché arriverà
l’incontro con Mordecai, che diverrà l’amico di una vita, tra
alti e bassi, tra tradimenti (quando si innamorerà perdendo
disponibilità), provocazioni e condivisioni profonde. Poi
arriverà Misha, inquieta ragazza canadese, creativa, artista,
che si dice assomiglia tantissimo a Shelley Duvall (la cui foto
è sulla copertina del libro), attrice molto amata da Robert
Altman e fragile, segnata dal lavoro con Kubrick in ‘Shining’.
   
Quindi l’inizio della carriera di attore assieme a Mordecai,
la scoperta del teatro, l’impegno e combattimento con i testi
nel diventare regista. Dietro tutto questo, a gettare un’ombra
significativa sul modo di vivere e sentire le cose, c’è lo zio
Ove che l’ha combattuta e il trauma storico della guerra del
Vietnam, di cui Max ha sempre sentito parlare dai suoi genitori,
pacifisti e attivisti del partito comunista, marxisti radicali
sino alla disillusione con la ferocia di Pol Pot e “il rivoltoso
sconosciuto con due buste della spesa in mano che si piazzò
davanti ai carri armati in piazza Tienan-men”. C’è l’idea di un
mondo migliore e la disillusione, c’è il fascino per ‘Apocalypse
Now’, film che rivela come quella guerra, come ogni guerra, sia
senza senso per la maggioranza di coloro chiamati a combatterla,
e lasci un segno nella società, negli individui.
   
Max inizia a scrivere decenni dopo il suo arrivo in America
dove gli immigrati di successo vengono ascritti automaticamente
al paese e pian piano dimenticano da dove vengono, “mentre
quelli di minor successo continuano a appartenere al loro paese
d’origine a tempo indeterminato”. Scrive non perché ritenga di
aver vissuto cose particolari e significative: “Non lo sono mai
state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano
intrecciate, e mi è venuta una gran paura di perderle. Ho già
cominciato a perdervi”. Scrive per arrivare al finale di questa
storia d’amore per la vita, finale che si svolge in un
aeroporto, che definisce un non-luogo che ti pone in una
sospensione spaziale con una giornata senza inizio e senza fine,
e c’è “un tabellone con la mappa del terminal e la scritta ‘You
Are Here’. Sono qui”. Ma ora con una meta, una destinazione.
   
Come l’Offensiva del Tet in Vietnam fu una serie di attacchi a
sorpresa simultanei – spiega Harstad, l’autore – così io ho
provato scrivere tutte le cose contemporaneamente “sperando alla
fine ne sarebbe venuta fuori la storia completa di una vita”.
   

   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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