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Ultimatum di Trump all’Iran, oggi la deadline: “Possiamo distruggervi”

di Redazione Economia Moderna
07/04/2026
in Esteri
Ultimatum di Trump all’Iran, oggi la deadline: “Possiamo distruggervi”

La conferma sulla scadenza imminente dell’ultimatum all’Iran con la minaccia di distruggere il Paese “in una notte”. Donald Trump torna all’attacco contro Teheran, in una giornata scandida dal tradizionale evento di Pasqua alla Casa Bianca ma anche da una conferenza stampa fiume dai toni altissimi.

Conferenza dove il tycoon ha più volte lanciato la sfida alla Repubblica Islamica sui negoziati, dopo il ‘no’ iraniano alla proposta Usa su una tregua e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Un rifiuto mal digerito dal presidente americano, che ha poi bocciato la controproposta in 10 punti giudicandola “importante”, ma anche “non sufficiente”. “Hanno fatto un passo molto significativo, vedremo cosa succederà”, le parole del tycoon. Che poco dopo, però, è passato nuovamente alle minacce.
L’ultimatum e l’avvertimento a Teheran
Ed è così che, se non si arriverà oggi a un accordo per la fine della guerra che dura ormai quasi da cinque settimane, il leader Usa ha promesso a Teheran che scatenerà “l’inferno”.

L’intero Paese, le parole di Trump, “può essere distrutto in una notte e quella notte potrebbe essere domani” – e cioè alla scadenza dell’ultimatum fissato alle 20 di oggi ora locale, le 2 di mercoledì notte in Italia – mentre gli Stati Uniti hanno già pronto un piano per distruggere “in quattro ore” tutti i ponti e le centrali elettriche in Iran.

“Abbiamo un piano, grazie alla potenza delle nostre forze armate, che prevede che tutti i ponti dell’Iran siano distrutti entro la mezzanotte di domani sera (4 ore dopo la scadenza dell’ultimatum, ndr), che tutte le centrali elettriche dell’Iran siano fuori servizio e non potranno mai più essere utilizzate. E questo – ha avvertito – avverrà nell’arco di quattro ore, se solo lo volessimo”.
Trump, la ‘vittoria’ e la fine della guerra (senza una data)
“Noi abbiamo vinto, loro sono militarmente sconfitti”, ha poi ribadito Trump in replica alle critiche di non avere una strategia chiara contro l’Iran. “Ho il piano migliore di tutti, ma non vi dirò qual è – ha quindi affermato il presidente -. Ogni singola cosa è stata pensata da tutti noi. Ma non posso rivelare il piano ai media”.

Ma allora quando finirà la guerra? “Non posso dirvelo, dipende da quello che fanno, è un momento cruciale”, la risposta del tycoon. “Hanno un periodo… Ho concesso loro una proroga”, ha detto ancora il presidente ricordando che la sua deadline iniziale fissata per le scorse ore “era inappropriata, il giorno dopo Pasqua. Voglio essere una persona gentile. Ora vedremo cosa succede. Posso dirvi che stanno negoziando. Pensiamo in buona fede. Lo scopriremo”.
La distanza sui negoziati, la visione di Trump su guerra e Iran
Per ora però, sui negoziati le posizioni di Washington e Teheran rimangono distanti. “L’Iran potrebbe porre fine rapidamente alla guerra, c’è stato un regime change e ora le persone che negoziano per l’Iran sono molto più ragionevoli. Potete definirlo come volete, io dico che c’è stato un regime change. La guerra è legata ad una questione: l’Iran non può avere armi nucleari”, ha rimarcato il presidente.
Secondo Trump, gli Usa avrebbero “a disposizione diverse opzioni. Potremmo andarcene ora e impiegherebbero 15 anni per ricostuire il Paese”.
Ma intanto “se dipendesse da me, prenderei il petrolio: non possono farci niente. Purtroppo, il popolo americano vorrebbe vederci tornare a casa. Se dipendesse da me, prenderei il petrolio e mi prenderei cura del popolo iraniano. Ma voglio rendere felice il popolo del mio Paese, non credo capirebbe” se l’operazione continuasse. “Siamo in azione da oltre 30 giorni e abbiamo demolito una nazione molto potente”, ha detto fornendo la propria visione del conflitto. Se l’Iran è stato demolito, perché la guerra non è ancora finita? “E’ un paese grande, hanno ancora alcuni missili e hanno azzeccato un colpo fortunato”.

“Il popolo iraniano vuole sentire le bombe perché vuole essere libero. La gente non scende in strada a protestare perché” il regime “aprirebbe subito il fuoco contro le persone. Noi abbiamo mandato armi, ma determinati gruppi di persone che avrebbero dovuto consegnarle se le sono tenute. Avrebbero dovuto distribuirle alla popolazione e invece se le sono tenute, sono molto arrabbiato con queste persone”, ha poi aggiunto il presidente, che in precedenti dichiarazioni ha fatto riferimento ad armi affidate ai curdi come mediatori.

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