Un rito collettivo più che un
concerto, una celebrazione laica della gioia come forma di
resistenza. Così si è presentato David Byrne sul palco del
Teatro degli Arcimboldi, nella prima delle due tappe milanesi
(le uniche in Italia) di un tour accolto all’estero come uno
degli spettacoli più inventivi e travolgenti degli ultimi anni.
Due ore in cui musica, danza, teatro e arti visive si sono fusi
in un flusso continuo, confermando l’ex leader dei Talking Heads
come uno degli ultimi veri architetti della performance dal
vivo.
Il cuore dello show è il nuovo album Who Is the Sky?, lavoro
solare e ironico che Byrne attraversa con leggerezza filosofica,
alternando momenti intimi e slanci corali. Attorno a lui
musicisti e ballerini in costante movimento: una marching band
contemporanea che trasforma il palco in uno spazio fluido,
immaginifico, quasi cinematografico. Le scenografie digitali
passano da paesaggi naturali ad attuali e ironici slogan (‘Make
America Gay Again’), senza scivolare nella propaganda: più che
risposte, Byrne semina domande sul presente. L’apertura con
‘Heaven’ è un respiro profondo, minimale e commovente, subito
seguita da brani che accendono il ritmo e l’immaginazione.
Quando arrivano i classici, la sala esplode: ‘This Must Be the
Place’, ‘Life During Wartime’, ‘Once in a Lifetime’ sono accolte
come inni generazionali, eseguiti senza nostalgia ma con
vitalità rinnovata, nello spirito dello storico film concerto
Stop Making Sense evocato più volte nella costruzione scenica.
Tra i momenti più sorprendenti, la cover di ‘Hard Times’ dei
Paramore, gruppo punk-pop adorato dalla Gen-Z, trasformata in un
funk sghembo e personale, un omaggio anche alla loro frontwoman
Hayley Williams presente nel disco. Byrne scherza, racconta,
riflette sul bisogno umano di stare assieme. Perché per un
artista come lui la felicità è reale solo se condivisa. Le sue
armi non sono la provocazione, né la disperazione, ma una
vulnerabilità disarmante che rende ogni parola e ogni movimento
credibili e autentici. La seconda metà del concerto è una
scarica elettrica: la scioccante ‘Burning Down the House’ chiude
lo show tra luci arancioni, mentre l’immortale ‘Psycho Killer’
ricorda quanto il repertorio dei Talking Heads resti un suono
impareggiabile e granitico, sempre moderno, urgente, intatto
nella sua forza. Più che un ritorno al passato, è una
dimostrazione di presente assoluto. A 73 anni Byrne non celebra
se stesso, ma l’idea stessa di comunità. E in tempi così
irrequieti e cupi, la sua utopia danzante suona anche nella
Milano di oggi come un atto radicale, come un gesto di fiducia
irriducibile e struggente nei confronti di un mondo migliore.
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